PRIMO SPOSTAMENTO PER LA FORMAZIONE: DAI CONTENUTI ALLA RELAZIONE

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Riprendiamo il tema della formazione avviato nel post precedente con i 5 spostamenti proposti all’interno dei laboratori avviati negli ultimi anni sul tema della funzione sociale delle biblioteche.

Il primo spostamento proposto è quello dai contenuti alla relazione.

Il tema dominante in ambito biblioteconomico, lo ripetono spessissimo i bibliotecari incontrati, è l’essere stati formati prevalentemente alla catalogazione, alla conservazione e alla gestione del patrimonio librario. Non certo su quelle competenze che sempre più spesso vengono chiamate in causa dagli accessi dei cittadini, secondo forme e categorie piuttosto nuove e sconosciute; non su quelle capacità innescate dalle richieste della politica che propone continui allargamenti della mission del servizio; non su quelle abilità di cui occorre dotarsi per confrontarsi con le criticità del nostro tempo.

Ma a ben pensare non è che la sorte dei bibliotecari in quanto a formazione sia stata molto diversa da quella di altri professionisti. Pensiamo ad esempio agli psicologi, imbottiti di classificazioni non di libri ma di patologie di persone, divenendo professionisti formati a definire il disagio e le soluzioni ad esso in una logica spesso ingegneristica e lineare. Anche questa categoria ha sentito certo nominare, spesso e volentieri, l’importanza di abilità relazionali di cui raramente però ha trovato qualche spunto di reale apprendimento.

Questo discorso potrebbe valere per tante altre professioni. Pensiamo all’insegnante ad esempio e all’assistente sociale o all’operatore sanitario: tutti figli dello stesso modello pedagogico-formativo che mette al centro contenuti, nomenclature, categorie e dimentica completamente gli aspetti relazionali implicati nel lavoro con le persone.

L’ipotesi che facciamo è che il modello di trasmissione formativa, prevalentemente frontale e teorico, non permetta di andare oltre apprendimenti incentrati su contenuti e classificazioni lasciando sullo sfondo le competenze legate al saper fare e al saper essere che probabilmente necessitano di altre modalità per essere acquisite. Modalità che hanno più a che fare con l’analisi e la simulazione di situazioni concrete, con la formazione in servizio e la supervisione, certamente basate su una buona quota di esperienza sul campo. Una serie di pratiche che richiedono, per essere attuate, situazioni diverse dalla tradizionale gestione d’aula sia per chi “forma” sia per chi partecipa al processo formativo.

Questa ipotesi ci porta ad uscire da un pregiudizio radicato rispetto alla formazione dei bibliotecari vissuta come insufficiente e bisognosa di contributi da parte di altre figure professionali appositamente formate. In realtà possiamo vedere come la situazione sia ben più complessa e che tutte le professioni si ritrovano oggi tendenzialmente impreparate al grande salto che il nostro tempo richiede.

E’ innegabile il fatto che il nostro prossimo futuro, per non dire attuale presente, chiamerà in campo queste competenze relazionali, che lo si voglia o meno.

Forse è più corretto dire che alcune professioni si sono confrontate prima con queste esigenze e faticosamente si stanno operando per rintracciare strumenti e punti di riferimento, ma questo avviene, a dirla tutta, più con l’esperienza sul campo per prove ed errori che non facendo affidamento ad un pre-esistente background formativo per il quale evidentemente siamo tutti, come operatori sociali, più o meno mancanti.

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