TERZO SPOSTAMENTO PER LA FORMAZIONE: DA IDENTITA’ UNICHE E POSIZIONAMENTI MOBILI

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Sempre all’interno della riflessione sulla formazione veniamo al terzo spostamento proposto tramite l’esperienza dei labotatori: da identità uniche a posizionamenti mobili.

Qui per i post precedenti.

Nei cambiamenti vi sono sempre in ballo delle questioni legate alla propria identità lavorativa. Torna con assoluta regolarità nei nostri incontri il discorso sul non perdere la propria peculiarità lavorativa, di non snaturarsi, di non diventare qualcosa d’altro. Si sentono forti recriminazioni rispetto alla mancanza di riconoscimento della professionalità specifica e insostituibile dei bibliotecari, sul contributo fondamentale al benessere della comunità e dei cittadini.

In questi discorsi spesso ci si appiattisce a considerare una sola dimensione che costituisce l’identità lavorativa. Se da un parte ci sono degli elementi connessi alla propria identità professionale, quindi alla formazione ricevuta, agli albi di riferimento, all’immagine che si ha di quella specifica professione, alle pretese connesse, alle questioni sindacali occorre considerare che esistono anche altre facce che influenzano il risultato finale.

Parliamo ad esempio del mandato e delle caratteristiche dell’organizzazione per la quale lavoriamo (identità organizzativa): la mission e la difesa della propria organizzazione, le modalità con le quali essa è strutturata, le logiche e le culture presenti.

Oppure ancora esiste la dimensione del servizio nel quale esercitiamo la nostra quotidianità di lavoro (identità di servizio) quindi strettamente collegato a ciò che gli utilizzatori del servizio richiedono, con grande attenzione a ciò che si fa quotidianamente, a come concretamente il lavoro viene sviluppato e modificato sulla base delle mille variabili, bisogni, desideri e incontri che si vengono a intrecciare.

L’identità lavorativa è quindi molto fluida e in costante contrattazione e movimento almeno tra queste tre parti. Ci sono momenti in cui prevale più una rispetto ad un’altra determinando visioni, relazioni e comportamenti. Spesso non si ha consapevolezza di muoversi in una scenario così complesso e fluido e si creano delle posizioni rigide che difendono solo una parte con la quale ci si sente completamente o prevalentemente identificati lasciando in ombra le altre. Invece occorre porsi continuamente tante domande rispetto al proprio posizionamento, all’essere contemporaneamente soggetti a questo mix di influenze.

Ciò avviene a maggior ragione in un momento in cui risultano centrali le contaminazioni, mettere in comune punti di vista, risorse, pezzi di lavoro con altre organizzazioni e professionalità. Se da un lato questo aumenta le possibilità, ci offre nuovi strumenti e nuovi appigli sui problemi, dall’altro aumenta la complessità e il rischio di fare confusione o di irrigidirsi. Questo ci sembra un rischio molto forte di cui si ha per altro scarsa consapevolezza e che imbriglia il discorso sulla funzione sociale delle biblioteche, su una purezza professionale che in realtà oggi non esiste e forse non è neppure mai esistita in passato ma il contesto lo metteva meno in evidenza.

Si insiste quindi a rifugiarsi nelle categorie che delimitano le professioni perdendosi ad esempio la possibilità di fare paradossalmente il bibliotecario “anche quando non lo si fa”, quando si esercitano funzioni che non sono nel mansionario tipico di questa categoria. Ciò non significa che non stiamo offrendo un contributo professionale specifico, importante e per certi versi insostituibile.

Siamo proprio sicuri che ci siano azioni che attengono ad alcuni professionisti invece che ad altre? Oppure qualsiasi cosa facciamo avrà comunque in sé un cuore, un modo, una sfumatura che parla in modo molto preciso della nostra professione e del valore aggiunto che questa porta?

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